“La classe”, da uno spettacolo (e dalla scuola) può ripartire la speranza

Questa è una Puntina che vi chiedo di amare, di condividere, di viralizzare, se volete.

Perchè ci sono giorni in cui  scrivere è più bello, dà più soddisfazione ed è quasi un dovere morale.

Ecco, oggi è uno di quei giorni, perchè sto raccontando di uno spettacolo in scena nei giorni scorsi al Modena di Sampierdarena, nell’ambito della stagione del Teatro Nazionale.

Lo spettacolo si chiama “La classe” ed è un capolavoro, un vero capolavoro.

L’altra sera, alla fine del secondo atto, abbiamo chiamato in scena gli interpreti otto o nove volte e le mani per gli applausi non si stancavano mai.

Soprattutto, si respirava emozione, come mi è capitato una sola volta in modo così forte in queste stagioni, quando Davide Enia ha portato in scena – sempre nello stesso teatro, sempre sullo stesso palco – “L’Abisso”, che è lo spettacolo più potente, emozionante e forte che mi sia capitato di vedere in questi anni.

Uno spettacolo che torna in Liguria la prossima settimana, la sera di martedì 4 febbraio alle 21, all’Auditorium San Francesco di Chiavari, grazie alla grande passione di Daniela Ardini, che è sempre un valore aggiunto per il territorio e per il teatro.

Segnatevi l’appuntamento, cercate di disdire tutto quello che avete in programma – prima serata del Festival di Sanremo compresa – e cercate di esserci, perchè è uno spettacolo imperdibile, unico.

E qui arriviamo al filo che, in qualche modo, lo collega alla “Classe”.

Perchè sia “L’Abisso” che “La classe”, oltre ad essere andati in scena entrambi sul palco del Modena, sono accomunati dal fatto di avere fra i produttori Accademia Perduta Romagna Teatri, che è a mio parere una delle più interessanti e vive realtà italiane teatrali, capaci di regalare splendido teatro alla Romagna più bella e profonda, ma anche di viaggiare in giro per l’Italia con alcuni dei migliori spettacoli visti negli ultimi anni.

Teatro civile.

Cuore di Faenza, di Bagnacavallo, di Cervia e dintorni.

Cuori, di volta in volta, di grandi amici come Pierluigi Papi, Lucia Betti, dei loro due gemellini, di Cinzia Bugnoli e Claudio Battistini e Cirì e tutta la loro crew.

La Romagna di Maurizio Roi che ne ha lasciato un pezzetto anche a Genova e l’Accademia Perduta di Ruggero Sintoni e di Claudio Casadio.

Ecco, diciamo grazie a loro – e ovviamente a Angelo Pastore che l’ha messo nel cartellone del Teatro Nazionale che ieri è stato suo e oggi è di Davide Livermore e Alessandro Giglio, che si preannunciano come una coppia delle meraviglie – a Manu Martinez e a Mattia Scarsi, che ha preconizzato: “Questo è uno spettacolo potente”. E quando lo dice è come l’oracolo di Delfi. Non sbaglia mai.

“La Classe” – che non vi sto a spoilerare, ovviamente – racconta di una classe, per l’appunto, di una banlieu di un qualsiasi posto del mondo, può essere Parigi ma potrebbe essere anche Corviale o Scampia o Quarto Oggiaro o una qualunque delle mille periferie del mondo.

Sono ragazzi di una classe di recupero per motivi disciplinari: uno zingaro, un arabo, un razzista, un’ebrea, una timida piena di problemi, una bellissima vittima dei suoi demoni.

Fra loro arriva un professore che viene dall’inferno, da palazzoni popolari sotto i quali è stato insediato un campo di profughi, lo “Zoo”, attorno al quale viene costruito un muro.

Il prof è un francese di terza generazione, probabilmente maghrebino, anche lui teoricamente sconfitto dalla vita.

Ma qui arriva la rivoluzione e ci troviamo di fronte all'”Attimo fuggente”, alla rivoluzione dell’insegnamento, alla voglia di reagire a una storia già scritta, alla passione di insegnare.

Alla commozione e alla bellezza di insegnare.

Alla gioia di rompere schemi scritti, paure e luoghi comuni.

Alla meraviglia della metafora delle galline.

Ed è qualcosa che dedico a tutti i professori della Comunità della Puntina: a Stefano Ratto, Gabriella Mezzasalma (che è più disciplinata di Stefano e allo spettacolo c’è andata) a Maura Moracchioli, a Ornella Raineri e a tutti i suoi colleghi, a Maria Aurelia Viotti, a Caterina Lazzaro, a Clelia Giordano, a Melanie Desbois, a Martha Semino, a Andrea Del Ponte, a Franco Crosiglia, a Anna Maria Dagnino, a Fulvio Rapetti e a centinaia di altri docenti delle scuole pubbliche e cari amici, categoria che stimo infinitamente.

Oltre che ovviamente alla nostra Comunità teatrale, che ha dato una splendida lezione di stile nelle scorse settimane a chi pensa che una stroncatura sia una lesa maestà, a chi pensa che basti una sala piena per fare un capolavoro, a chi crede che si possa vivere di rendita sempre. E allora, ecco questa storia è destinata anche ai nostri splendidi critici aggiunti: Claudio Pellegrino Ba, Paola Garbarino, Matteo Cavanna, Stefano Pironti, Paolo Cornacchia, Annamaria Bertuccio e tanti altri che hanno partecipato a questa storia.

E a un politico con cui capita di incrociare le spade dialettiche spesso e volentieri, Simone Farello, segretario regionale del Pd, ma che mi ha fatto estremamente piacere vedere a teatro e vedere a teatro qui e ora.

A Lorenzo Calza, perchè Julia si troverebbe benissimo, con i suoi valori e le sue passioni in questa Classe, e non c’è niente di più bello per arricchirsi reciprocamente del dialogo e del confronto.

A Marco Preve perchè questo spettacolo racconta ciò che di bello racconta lui, ma con più dolcezza.

A Roberta Ricci che proprio oggi ha fatto un bellissimo post sulla reazione dei genitori di una scuola pubblica alla psicosi nei confronti di due bambini cinesi compagni di classe della sua.

Insomma, raccontare la storia di questo spettacolo di Vincenzo Manna con la regia di Giuseppe Marini e con Claudio Casadio che è un grande preside, fatto di cinismo e di passioni svanite, buono ma non troppo, cattivo ma non troppo, Andrea Paolotti splendido nei panni del professore che reagisce alla mediocrità della paura, Brenno Placido, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Cecilia D’Amico, Giulia Paoletti e Andrea Monno (variazione rispetto al libretto di inizio stagione), con una bellissima scena di Alessandro Chiti, ripiena di fogli gettati per terra in classe e lì lasciati ad accumularsi, quasi ineluttabili e con un ottimo uso delle luci di Javier Delle Monache, è un imperativo categorico.

Dentro “La classe” c’è passione civile, c’è emozione, c’è voglia di non allinearsi e di non arrendersi alla bruttezza, ai luoghi comuni, all’ineluttabile.

Di non chiudersi nelle nostre case, rinunciando ad uscire perchè è più facile.

Una lezione definitiva, finale, potentissima.

La Lezione.

Solo la scuola può salvarci.

E la periferia da cui uscire, la banlieu da cui scappare, spesso è solo la nostra.

 

 

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